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LA SINDROME DI DOWN
La Sindrome di Down - dal dott. Langdon Down, che per primo nel 1866,
la studiò e ne identificò le principali caratteristiche -
o Trisomia 21, è una condizione genetica caratterizzata dalla
presenza di un cromosoma 21 sovrannumerario dovuto ad un’errata
disgiunzione al momento del concepimento.
Tutte le cellule del corpo umano hanno 46 cromosomi: 22 coppie uguali
tra loro, e una coppia che determina il sesso maschile (xy) e quello
femminile (xx). Nella SD le cellule hanno invece 47 cromosomi.
La conseguenza pratica di questa alterazione è un variabile
grado di ritardo nello sviluppo mentale, fisico e motorio.
Esistono tre tipi di anomalie cromosomiche nella sindrome di Down, il
cui effetto finale è comunque identico.
- L’anomalia
più frequente è la Trisomia 21 libera
(95% dei casi): in tutte le cellule dell’organismo vi sono tre
cromosomi 21 invece di due; ciò è dovuto al fatto che
durante la meiosi delle cellule germinali la coppia dei 21 non si
è disgiunta come avrebbe dovuto
- Più
raramente si riscontra la Trisomia 21 libera in mosaicismo
(2% dei casi): nell’organismo della persona con la sindrome sono
presenti sia cellule normali con 46 cromosomi sia cellule con 47
cromosomi.
- Infine,
il terzo tipo di anomalia, anch’essa rara, è la
Trisomia 21 da traslocazione (3% dei casi): il cromosoma 21 in
più (o meglio una parte di esso, almeno il segmento terminale)
è attaccato ad un altro cromosoma di solito il numero 14, 21, o
22. Solo questo ultimo tipo di trisomia può essere ereditaria.
Non si conoscono con precisione le cause che determinano
l’insorgenza della sindrome di Down. Sappiamo però che:
- a)
le anomalie cromosomiche, soprattutto le trisomie, sono un evento
abbastanza frequente che interessa circa il 9% di tutti i concepimenti
(alla nascita però solo lo 0,6% dei nati presenta
un’anomalia cromosomica a causa dell’elevatissima quota di
embrioni che va incontro ad un aborto spontaneo);
- b)
l’incidenza delle anomalie cromosomiche in generale, e quella
della Trisomia 21 in particolare, è assolutamente costante nelle
diverse popolazioni, nel tempo e nello spazio;
- c)
tutte le possibili ipotesi eziologiche fino ad oggi formulate
(agenti chimici, radiazioni ionizzanti, infezioni virali, alterazioni
metaboliche o endocrine materne) non sono state mai avvalorate dalle
molte ricerche condotte.
- d)
In definitiva si ritiene che l’insorgenza delle anomalie
cromosomiche sia un fenomeno “naturale”, in qualche modo
legato alla fisiologia della riproduzione umana, e anche molto
frequente.
- e)
Numerose indagini epidemiologiche hanno comunque messo in evidenza
che l’incidenza aumenta con l’aumentare
dell’età materna:
ETÀ
MATERNA
|
INCIDENZA |
inferiore
a 30 anni
30-34
35-39
40-44
oltre
45
anni |
1
su 1500
1
su 580
1
su 280
1
su 70
1
su 38 |
Anche se il rischio cresce con l’avanzare
dell’età materna, questo non esclude che nascano bambini
con sindrome di Down anche da donne giovani. L’80% dei bambini
Down nascono in effetti da donne che hanno meno di 35 anni.
L’altro fattore di rischio dimostrato è avere avuto un
precedente figlio con la sindrome di Down.
La presenza della sindrome di Down è diagnosticabile nel
neonato, oltre che con un’analisi cromosomica fatta su un
prelievo di sangue, attraverso una serie di caratteristiche facilmente
riscontrabili dal pediatra, di cui la più nota è il
taglio a mandorla degli occhi.
La sindrome di Down può essere diagnosticata anche prima della
nascita intorno alla 16a-18a settimana di gestazione con
l’amniocentesi (prelievo con una siringa di una piccola
quantità del liquido amniotico, che avvolge il feto
nell’utero) o tra la 12a e la 13a settimana con la villocentesi,
che consiste in un prelievo di cellule da cui si svilupperà la
placenta, ovvero i villi coriali.
Queste analisi vengono proposte di solito alle donne considerate a
rischio (età superiore ai 37 anni o con un precedente figlio con
sindrome di Down).
Il Tri-test è invece un esame del sangue materno eseguito tra la
15a e la 20a settimana di gestazione per dosare tre sostanze
particolari (alfa-fetoproteine, estriolo non coniugato e frazione beta
della gonadotropina corionica). L’elaborazione statistica dei
livelli ematici di queste tre sostanze, combinato con il rischio di
sindrome di Down legato all’età della donna ed ad altri
fattori, fornisce una risposta che indica la stima delle
probabilità che il feto abbia una trisomia 21 oppure no.
Il Tri-test non ha alcun valore diagnostico, ma serve per definire il
rischio di una specifica gravidanza e a fornire quindi indicazioni per
l’effettuazione di una diagnosi precoce con amniocentesi.
Fino a pochi anni fa l’idea più diffusa sulle persone con
la sindrome di Down era che sarebbero state per sempre dipendenti dai
loro genitori. Oggi è possibile incontrare bambini con la
sindrome di Down nelle scuole, ragazzi con la sindrome di Down che si
muovono da soli fuori casa, e perfino qualche adulto sul posto di
lavoro.
In effetti i bambini con la sindrome di Down crescendo possono
raggiungere, sia pure con tempi più lunghi, conquiste analoghe a
quelle degli altri bambini: cammineranno, inizieranno a parlare, a
correre, a giocare. Rimane comune a tutti un variabile grado di
difficoltà di apprendimento che si manifesta anche nella
difficoltà di linguaggio, frequente tra le persone con sindrome
di Down.
Per aiutarli a superare le difficoltà di sviluppo derivanti
dalla sindrome, è opportuno organizzare interventi di tipo
riabilitativo anche in età precoce e un intervento educativo
globale che favorisca la crescita e lo sviluppo del bambino in una
interazione dinamica tra le sue potenzialità e l’ambiente
circostante. È importante ricordare che ogni bambino è
diverso dall’altro e necessita quindi di interventi che
rispettino la propria individualità ed i propri tempi.
Dal punto di vista medico, vista la maggiore frequenza, rispetto al
resto della popolazione, di problemi specialistici, in particolare
malformazioni cardiache ( la più frequente è il
cosiddetto canale atrioventicolare comune, ma possono presentarsi anche
difetti intestinali, disturbi della vista e dell’udito,
disfunzioni tiroidee, problemi odontoiatrici), è opportuno
prevedere con il pediatra una serie di controlli di salute periodici
volti a prevenire o a correggere eventuali problemi aggiuntivi.
La maggior parte delle persone con sindrome di Down può
raggiungere un buon livello di autonomia personale, sociale e
relazionale; possono imparare, per esempio, a curare la propria
persona, a cucinare, ad uscire e fare acquisti da sole, ad utilizzare i
mezzi ed i servizi pubblici.
Possono frequentare la scuola e imparare a leggere e scrivere. I
giovani e gli adulti possono apprendere un mestiere e impegnarsi in una
lavoro svolgendolo in modo competente e produttivo.
Affinché queste possibilità diventino realtà
è importante per la persona con sindrome di Down avere pari
opportunità nella vita come ogni altra persona; occorre che
tutti imparino a conoscerli e ad avere fiducia nelle loro
capacità.
Per fare questo bisogna sfatare alcuni luoghi comuni e liberare il
campo da stereotipi consolidati nell’immaginario collettivo.
Il mito più radicato e persistente è quello
dell’uniformità. Un’indubbia somiglianza per alcuni
aspetti fisici è stata estesa a qualsiasi altra caratteristica
della persona, non solo per quel che riguarda i limiti ma anche per
quel che riguarda i pregi, come il famoso gusto per la musica e
l’altrettanto famosa indole affettuosa. Ma da quando in anni
recenti si è cominciato a studiare degli individui inseriti in
un contesto sociale “naturale” e non una classe di persone
relegate in istituti, è apparso subito evidente che non
c’è un individuo uguale all’altro. Le uniche
caratteristiche che hanno in comune sono un cromosoma in più
rispetto agli altri (47 invece di 46), un deficit mentale e alcuni
aspetti somatici. Per il resto ogni persona con sindrome di Down
è diversa dall’altra, e le differenze dipendono da fattori
costituzionali e caratteriali, dal tipo di educazione e
dall’ambiente familiare. I tratti caratterizzanti dovuti alla
sindrome di fatto non annullano la personalità e
l’individualità di ciascuno, che può però
esprimersi al meglio in un contesto libero da pregiudizi.
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IL FRATELLINO DI LILLY
Simpatico cartone animato per un approccio più
consapevole, da parte dei più piccoli (ma non solo), alla sindrome di
Down.
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